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Graziano Piazza

Graziano Piazza

Schifo - Dreck

di Robert Schneider
regia Cesare Lievi

produzione Teatro Pubblico Ligure
in coproduzione con Fondamenta Teatro e Teatri
(Impresa di produzione teatrale riconosciuta dal Mibact)

Un uomo è solo. Vende rose. La sera nei locali. È iracheno, di Bassora. È straniero: faccia strozzata in fondo alla gola, angelo nero che turba la trasparenza, traccia opaca, insondabile. Lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità. L’origine perduta, il radicamento impossibile, la memoria a perpendicolo, il presente in sospeso. Senza casa, egli propaga al contrario il paradosso dell’attore: moltiplicando le maschere non è mai del tutto vero né del tutto falso, giacché sa adattare agli amori e agli odi le antenne superficiali di un cuore di basalto. Lo straniero non ha sé. Giusto una sicurezza vuota, senza valore, che fa del suo essere costantemente altro, in balia degli altri e delle circostanze, l’asse delle sue possibilità. Io faccio ciò che si vuole da me, ma quello non è me - me è altrove, me non appartiene a nessuno, me non appartiene a me ... me esiste?
Una lancinante e lucida accusa , questa di Robert Schneider (autore qualche anno fa di un meraviglioso romanzo Le voci del mondo, Einaudi). Un monologo in cui viene svelata una dinamica scarsamente indagata quando si parla di stranieri e diversi, “... un insolito esempio di teatro civile” come scriveva Giovanni Raboni “capace di coinvolgere lo spettatore con gli strumenti specifici dell’emozione estetica”: la dinamica di una società che invece di accusare sé stessa non esita ad attribuire agli altri - a quelli che non le appartengono - la colpa della propria decadenza. Lui, l’extracomunitario, illegale, fuggito dalla guerra del golfo, lo straniero che vende rose, è Dreck (Rifiuto), che insozza e va lavato via, eliminato; è Sad, che in inglese vuol dire triste, ma lui non è triste.

….Io ho letto una frase. In arabo. Ma so che è stata pensata in tedesco.
Adesso pronuncerò questa frase. Non parola per parola.
Io la conosco nella sua traduzione in arabo. Però è stata pensata da un uomo che parlava tedesco.
Adesso arriva la frase: si deve tacere su ciò di cui non si può parlare.

Adesso so che la frase è sbagliata. La frase è sbagliata. Almeno per me. Quell’uomo non sapeva che cosa stava innescando. Delle cose di cui non si può parlare, bisogna parlare. Non suona molto elegante, ma la verità non è mai elegante”.

Così la critica

“ ... 11 febbrile sproloquio di un extracomunitario arabo … il testo colpisce come un pugno … ottimamente interpretato da Graziano Piazza … “
Renato Palazzi “Il Sole 24 ore”

“ ... Dall’apparente elogio passa alla critica più violenta, più viscerale o gridata ... come un crescendo musicale ... Graziano Piazza riesce ad entrare nella pelle del suo personaggio, ma sa anche uscirne, sa osservarsi come in un sdoppiamento. Un vero miracolo interpretativo”
Osvaldo Guerrieri “La Stampa”

“Un esempio duro e secco di teatro politico ... per degli occhi che guardano gli altri come se non li vedessero, dove la solidarietà non esiste, dove il tradimento è di casa … uno degli ultimi dannati della terra”
Maria Grazia Gregari “L’Unità”

“In un continuo dentro e fuori che coinvolge e sorprende ... dove autocommiserazione e autoaccusa si rovesciano nei relativi contrari, l’extracomunitario riduce di fatto la sua identità a quel nulla in cui la società ospitante lo azzera ... Graziano Piazza ne rende palpabile la provocatorietà ... “
Franco Quadri “Repubblica”

“ … il suo disperato, provocatorio identificarsi con le ragioni di chi lo emargina e lo disprezza, di chi ha « schifo » di lui, assume nel testo e nella bella prova dell’attore, il ritmo ripetitivo e implacabile di un incubo musicale ... “
Giovanni Raboni “Corriere della sera”

“È proprio il suo identificarsi... il suo giustificare la paura e il disgusto di chi lo incolpa di tutti i mali della società ... rende questo monologo uno schiaffo al perbenismo e all’ipocrisia di tutti ... Bravissimo è Graziano Piazza nel calarsi nell’anima e nel corpo del personaggio ... un’ottima prova d’attore per un lucido teatro civile.”
Magda Poli “Corriere della sera”