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Alla ricerca della saggezza perduta

Un progetto di Ermanno Bencivenga e Sergio Maifredi
Produzione Teatro Pubblico Ligure

FILOSOFIA E TEATRO

Portare la filosofia a teatro può insegnarci qualcosa sulla filosofia e sul teatro. Può aiutarci a correggere la concezione comune, ma errata, della filosofia come un insieme di teorie e dottrine elaborate in solitudine, e ricordarci che la filosofia è, invece, un’attività pubblica, che si pratica al meglio insieme; che tutti siamo filosofi quando insieme ci interroghiamo sul senso di una scelta di lavoro, di una relazione affettiva, del nostro personale futuro o di quello del nostro paese, proponendo idee, sollevando obiezioni, cercando risposte – che quando lo facciamo manifestiamo tutti l’amore, quindi anche la ricerca, della saggezza. E può ricordarci che questa attività è anche dramma, e può diventare tragedia, perché sollevando domande e formulando obiezioni possiamo mettere in crisi gli altri e noi stessi, perché non accettando di rimanere confinati in abitudini e pregiudizi possiamo perdere la ragione o la vita, possiamo impazzire come Nietzsche o finire sul rogo come Bruno.
Ma la filosofia a teatro può anche illuminarci sul teatro. Ricordarci che il grande teatro, da Eschilo in poi, ha sempre saputo inscenare dilemmi morali, laboriose scelte esistenziali, rischi cosmici e visioni di luciferina ambizione. E che avere rispetto per il proprio pubblico significa anche credere fermamente che, se questi temi sono presentati con chiarezza, non occultati sotto un linguaggio oscurantista e autoreferenziale, non potranno non suscitare l’interesse, anzi l’entusiasmo, degli spettatori. Se è vero, come hanno detto e dicono molti uomini e donne, che non c’è niente di più seducente dell’intelligenza, dobbiamo avere il coraggio, prendendo esempio da tanti grandi del passato, di rivolgerci all’intelligenza del nostro pubblico: di sollecitarla e di stimolarla. Anche con la filosofia, perché la filosofia è una passione e perché il teatro si fa, e a teatro si va, per passione. Passione per quel che c’è di più umano, e che non può non coinvolgere e avvincere gli esseri umani: come trovare una strada ragionevole che ci porti verso una vita più valida e degna.

Filosofia è amore, quindi anche ricerca, della saggezza. E chi cerca qualcosa non crede di averlo già trovato. Non è, dunque, incline a distribuire ad altri ricette e sentenze, ma a tentare di coinvolgerli in uno sforzo comune: in cui si contestino le ricette e sentenze esistenti, in cui si immaginino scenari di convivenza più umani e più degni, in cui si ascoltino le domande e le obiezioni di tutti. Per chi è filosofo, amante della saggezza, la saggezza è dunque sempre perduta: baleno di immagini accattivanti come le sirene, rimpianto di occasioni svanite, sforzo purtroppo impari a una meta che sempre lo trascende. Eppure, nel perseguire quelle immagini e occasioni, nel compiere quello sforzo, gli esseri umani hanno costantemente trasformato e rinnovato sé stessi e il loro ambiente: giocando con le lenti, Galileo ha cambiato il nostro senso di che cosa voglia dire vedere; cercando una sua definizione di dimostrazione matematica, Alan Turing ha inventato il computer moderno. La ricerca della saggezza è la cifra più inconfondibile dell’umanità, e in questa serie di incontri noi ne affronteremo alcune tappe fondamentali, che di anno in anno, di secolo in secolo, alla luce di questo amore, hanno illuminato di conoscenza e dignità il nostro stare al mondo.

Primo incontro: Uccidete Socrate!
ovvero come la democrazia ateniese si liberò di un personaggio scomodo

Un uomo povero, piccolo, brutto; ma incontenibile. Un uomo che accetta di non avere un lavoro e di vivere di stenti pur di poter passare tutto il suo tempo a porre domande ai suoi concittadini. Non perché abbia risposte: sostiene di non sapere nulla e di non avere nulla da insegnare. Ma perché ha il diritto, e il dovere, di chiedere conto a ogni forma di autorità – politica, sociale, culturale – dei fondamenti, delle ragioni della sua autorità. E, quando l’autorità dimostra di non avere fondamenti credibili, di criticarla e metterla alla berlina. Nei cinquant’anni in cui svolge la sua attività in Atene – simile, lo dice lui stesso, a un tafano che tormenta un grosso e placido cavallo – Socrate è odiato dai potenti e ammirato dai giovani, finché i primi decidono di intentargli un processo (non a caso, per corruzione dei giovani) in cui sarà condannato a morte. E allora il tafano si erge a grande archetipo morale dell’Occidente: difendendosi con dignità, rifiutandosi di sfuggire a una pena ingiusta ma infertagli nel pieno, formale rispetto delle leggi (perché, dice, non bisogna rispondere al male con il male), affrontando la morte con coraggio ed equilibrio.
Letture dall’Apologia, dal Critone e dal Gorgia

Secondo incontro: Platone, ovvero la bellezza del sapere

Che cosa rende il nostro tempo degno di essere vissuto? Il denaro, il successo, il potere? Sono tutte cose che lasciano il tempo che trovano, e non colmano la nostra insoddisfazione. Ciò per cui ha senso vivere è una conoscenza, un sapere che non possono, quando ci siano noti, non imporsi per noi come irrinunciabili e indispensabili. Viviamo quotidianamente un’esistenza dimentica di sé stessa, in mezzo a ombre che non fanno giustizia al nostro destino; ma se qualcuno sapesse dirigere il nostro sguardo verso verità e giustizia non potremmo non esserne sedotti; non potremmo non voler essere partecipi di una forma di vita che ne sia guidata; non potremmo non volerci adoperare per realizzarla. Come un corpo amato ci attira con la sua bellezza, che non è geometria di forme ma rispondenza di intenti, di progetti e di valori, così la bellezza di questa visione saprà attrarci a una condizione che rispecchi finalmente il nostro essere.
Letture dal Fedro, dal Simposio e dalla Repubblica

Terzo incontro: Aristotele, ovvero la solidarietà che unisce

Che cosa costituisce una comunità? Che cosa fa di un aggregato di individui un tutto, qualcosa che si unisca, che convenga in un’unità? Non la semplice prossimità spaziale, e non l’esistenza di accordi, perché siamo spesso prossimi, e legati da accordi, con estranei o anche con nemici. Quel che costituisce una comunità, che la rende diversa da un mucchio di stracci, è la philia che esiste fra i suoi membri: il loro volersi bene, il loro formare una rete di solidarietà che li porti a gioire l’uno delle gioie dell’altro e a dolersi l’uno dei dolori dell’altro. Non che tutti debbano voler bene a tutti, e non che tutti debbano sempre voler bene alle stesse persone; ma tutti in ogni momento devono voler bene ad abbastanza altri da fare in modo che la rete “tenga” – che non si trasformi in un coacervo di rapporti puramente strumentali e manipolativi, in cui si fa l’uno il male dell’altro.
Letture dall’Etica nicomachea e dalla Politica

Quarto incontro: Kierkegaard, ovvero la saggezza della fede

L’egocentrismo non è solo immorale; è anche autolesionista. Perché possiamo condurre il nostro viaggio nella vita quotidiana, verso un’improbabile ma pur sempre desiderabile felicità, solo fidandoci gli uni degli altri. Siamo direttamente testimoni di una minima parte di quel che crediamo di sapere; per il resto, dobbiamo affidarci alla testimonianza e al responso di altri. Dobbiamo, cioè, abbandonare il nostro essere nelle mani di un altro e fidarci che ce lo restituirà arricchito e, comunque, integro: che non ci violerà, non ci tradirà. Abramo è l’archetipo di questo abbandono; ma ogni persona innamorata lo conferma con la sua assurda speranza – assurda perché non c’è nessuna ragione di pensare che sarà realizzata e, insieme, estremamente ragionevole perché la vita, altrimenti, non sarebbe degna di essere vissuta. Il pensiero greco aveva torto; la tragedia non era sufficiente a rivelare il nostro destino; solo la Bibbia potrà farvi luce; solo attraverso il rapporto con la trascendenza potremo trovare una strada.
Letture da Timore e tremore, Il concetto di angoscia

Friedrich Nietzsche, ovvero la lucidità della follia

Prima di impazzire del tutto, e rimanere per oltre dieci anni in assoluto silenzio, fino alla morte, si racconta che Nietzsche si aggirasse per Torino mormorando: «Io sono Dio, e ho fatto questa [indicando sé stesso] caricatura». Che cosa vuol dire vedere fino in fondo l’aggressività, la meschinità, il livore che disegnano il nostro stare al mondo con i nostri «simili», con il nostro «prossimo»? Fino a che punto saremo in grado di sopportarlo? Ci infileremo per un percorso che ci porti al superamento dell’essere umano in quanto tale? Ci giudicheremo sovrumani perché abbiamo saputo guardare la testa di Medusa, quella che impietra chiunque altro, e rimanere vivi? O impietriremo a nostra volta, rimanendo per sempre muti. Un professore di filologia a 25 anni rinuncia pochi anni dopo alla cattedra e denuncia il presunto equilibrio ellenico, insegue in Svizzera e soprattutto in Italia la sua salute (fisica e mentale) compromessa, cerca disperatamente la sua identità, la perde e la restituisce, in un identico gesto, al mondo moderno.
Letture da Aurora, Genealogia della morale, Ecce homo

Sigmund Freud, ovvero il nemico è dentro di noi

Non sono padrone a casa mia. Copernico ha sfrattato la Terra dal centro dell’universo; Darwin ha sfrattato l’essere umano dal centro della creazione; e ora io vi dico che ciascuno di noi non è al centro della propria stessa esistenza. Siamo tutti decentrati, in lotta per conquistare spazio dentro il nostro stesso essere. Ci sono impulsi che ci ottenebrano, regole sociali che ci ingabbiano, e noi non siamo che una faticosa mediazione fra tutte queste esigenze; e anche quando riuscissimo a effettuare una mediazione efficace, che ci consenta di rimanere in vita un giorno di più, il suo prezzo sarebbe dolore, umiliazione, schiavitù. Come in Edipo, come in Antigone; niente meglio della tragedia greca ci ha chiarito la nostra condizione.
Letture da Interpretazione dei sogni, Introduzione alla psicoanalisi, Totem e tabù


Ermanno  BencivengaErmanno Bencivenga
è professore ordinario di scienze umane e filosofia all’Università di California, Irvine. Ha anche insegnato in numerose università italiane, fra cui Milano, Padova, Trento e Siena. È autore di oltre cinquanta libri in tre lingue: saggi e trattati ma anche dialoghi filosofici, raccolte di poesie e di racconti, opere teatrali e un romanzo. Per il pubblico italiano ha scritto, fra l’altro, Filosofia in gioco (Laterza 2013), Il bene e il bello (Il Saggiatore 2015), Prendiamola con filosofia (Giunti 2017), La scomparsa del pensiero (Feltrinelli 2017) e La filosofia in ottantadue favole (Mondadori 2017). Ha fondato e diretto per trent’anni (fino al 2011) la rivista internazionale di filosofia Topoi. Collabora al quotidiano Il Sole-24 Ore.


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