• teatropubblicoligure logo
  • ODISSEA un racconto mediterraneo

  • ILIADE un racconto mediterraneo
  • Eneide un racconto mediterraneo
  • DECAMERON un racconto italiano in tempo di peste
  • Portus Lunae Art Festival
  • soriteatro
  • Letturainpubblico 200
  • FRANTOI dell’ARTE
  • FESTIVAL GROCK
  • STAR Sistema Teatri Antichi Romani
  • 5 terre Art Festival
  • FESTIVAL SCALI A MARE PIEVE
  • DIALOGHI
  • ATLANTE DEL GRAN KAN
  • Yves Klein
  • Tutto il Teatro in un manifesto
  • Tearto
  • I boreali

IL PROGETTO

Atlante del Gran Kan è un progetto del Teatro Pubblico Ligure Srl Impresa Sociale.
Nella stagione 2018 - 2019 saremo a Tirana, ospiti dell’Istituto Italiano di Cultura, dove il 7 novembre abbiamo iniziato a lavorare.
Parallelamente a Sori svilupperemo una nuova edizione del progetto dedicato a “la strada”.
La nuova edizione è l’unico progetto in Liguria ad aver vinto il bando Open LAb della Compagnia di San Paolo ed a essere da questa sostenuto.
La prima nazionale si è tenuta il 12 maggio 2017 a Sori in Liguria al Teatro Comunale, poi il Gran Kan è ripartito per Enna in Sicilia dove il 26 e 27 maggio 2017 si fermato al Teatro Garibaldi.
Atlante del Gran Kan è un lavoro di Teatro di Comunità e di valorizzazione del territorio adatto ai piccoli e medi centri urbani o a quartieri di una grande città.

COME SI COSTRUISCE
Lavoriamo per alcuni mesi sul posto, con il supporto di operatori locali, individuiamo 28 cittadini, scegliendoli in modo rappresentativo della città: persone di ogni eta, cercando di cogliere figure "pubbliche": il panettiere, il postino, il sindaco, il prete... raccogliamo le loro storie che diventano le autobiografie della città. 

Uno scrittore, Gian Luca Favetto, dopo aver raccolto le storie le rivede con il suo sguardo, come dei ritratti fatti con le parole.
I cittadini assumono quindi le storie, le loro storie, che vengono loro restituite nella riscrittura di Favetto, e con il lavoro di regia di Sergio Maifredi vengono guidati sul palcoscenico a testimoniare la loro storia.

La somma delle storie diviene la "città resa visibile", una sorta di carta di identità cittadina che viene portata in scena di fronte al resto della Comunità. Tappa dopo tappa le storie vengono documentate, sui social e sulla carta stampata, i cittadini si affiatano, restano uniti anche quando l'esperienza è conclusa.
Atlante del Gran Kan è scritto da Gian Luca Favetto, diretto da Sergio Maifredi e interpretato da ventotto abitanti dei luoghi in cui prende forma. Ognuno di loro sale sul palcoscenico e legge la sua storia, raccolta e lavorata dalla penna di Favetto.
Nasce così una mappa biografica che costituisce una carta di identità cittadina, un affresco letterario in cui le singole vite si intrecciano l’una con l'altra formando la trama umana che anima l’ordito della città. Proprio come se da una carta geografica uscissero le persone che abitano fra quelle righe, guidate dalla mano di uno scrittore.
Lo spettatore assiste ad una commedia umana in cui si definisce il carattere di una comunità fatta di individui, la cui esistenza contiene sempre un dettaglio capace di risuonare in chiunque la ascolti. Dopo il passaggio del Gran Kan la città non è più la stessa.
Per questo è un Atlante speciale che rivoluziona i nomi dei luoghi: la prima pagina s’intitola IROS - Autobiografie di una città e viene letta a Sori. La seconda pagina è ANEN - Autobiografie di una città e viene letta a Enna. La terza pagina è NAIRAT - Autobiografie di una città e viene letta a Tirana, in Albania.
Abitanti e pietre rivelano il mistero che li tiene insieme, come un anagramma da decifrare.

GIAN LUCA FAVETTO e SERGIO MAIFREDI:
“Le città sono immaginazioni, proiezioni, disegni e sguardi che si accumulano e contraddicono. È nelle contraddizioni che le città dicono il loro presente, si concretizzano, si affermano, danno forma a quella molteplice identità che le distingue. Le città sono dialoghi continui, discussioni, monologhi che si accavallano; sono flussi di coscienza in cui acquistano funzione di parola anche l’asfalto, le finestre, il traffico, i semafori, gli alberi, le cantine.
Le città sono essere, singolare plurale. Un essere, molti essere – modi di. Non un sostantivo, che definisce, indica, cataloga, blocca; ma un verbo, che agisce, che è molti agire, un verbo che contiene una personalità comunitaria, una personalità multipla. Sono movimento, un continuo mutare e intrecciarsi di luoghi, ipotesi, pensieri, gesti, passi, cammini, un sovrapporsi di punti di vista. E i punti di vista sono corpi, sono uomini.
Non sono concezioni astratte, la città, è appurato; sono concepimenti, vite che di continuo partoriscono altre vite. Sono parti dell’uomo, oltre che porti – per l’uomo e le sue merci.
Non sono fatte soltanto di divieti, ordini, regolamenti, ragione, ma di libertà, disordine, improvvisazione, sensibilità. Non crescono con obblighi che si aggiungono a obblighi, ma con scelte libere: con il libero arbitrio, non con l’arbitrio calato dall’alto. E tutto questo perché? Perché, finalmente, le città sono gli uomini che le abitano, che le vivono, le attraversano e ci dormono e si risvegliano e le mangiano passo dopo passo.

Una città, una città che ancora sappia essere comunità, o il quartiere di una grande città che ancora riesca ad essere comunità, è fatta dalle storie, dalle biografie di chi la vive e la percorre.
Partendo dal paradigma delle Città Invisibili di Calvino, abbiamo steso davanti a noi una mappa, un atlante, andando ad abitare per un po' di tempo, da stranieri, una città. Ne ascoltiamo le storie, facendocele affidare, conquistandoci una fiducia proprio in quanto forestieri di passaggio.

In ogni città troviamo chi (un’associazione, un gruppo spontaneo di persone) ci guidi per strade e vicoli, per cuori e volti. Qualcuno di cui la città si fidi, qualcuno che ci aiuti a traghettare una storia, che ci aiuti a negoziare quel patto silenzioso che si instaura tra chi si racconta e chi ruba una voce, una parola, un'immagine per andare a creare una pagina che in quaranta-cinquanta righe restituisca una vita.
Cerchiamo i cittadini "pubblici": il farmacista, il fornaio, il prete, il sindaco, la maestra, l'ortolano, il postino...

Nell'arco di cinque mesi, Gian Luca Favetto, raccoglie venticinque, trenta storie. Le raccoglie parlando per due ore con ogni persona che voglia far parte del progetto. Ascoltando, chiedendo, tralasciando ciò che è didascalia, afferrando come preziosi i frammenti straordinari mimetizzati nella ordinarietà di ogni giorno.

Come quasi sempre accade, ma in un progetto di questo genere ancora di più, il viaggio è più importante della meta. Durante il viaggio, dentro una città che a poco a poco diventa "visibile", fotografiamo, filmiamo, scriviamo, postiamo, condividiamo in modo che la comunità comprenda di essere tale e di essere in viaggio insieme ad altre città che stanno vivendo lo stesso percorso. 
Le foto sono primi piani: le rughe saranno strade, gli occhi e le orecchie saranno piazze, fontane e monumenti.
I video sono scatti apparentemente immobili ma vivi nel respiro, nel pensiero che scorre. L'audio, non doppiato dal labiale, è la storia che racconta quel volto.
In questo modo affiora ciò che la città è, ciò che vorrebbe essere e che magari sarà. Se non proprio reale, è una città vera, ma anche la città che non è più o che deve ancora essere.

Gian Luca Favetto, il viaggiatore, il forestiero, raccoglie storie, le riscrive e te le restituisce.
Quelle quaranta-cinquanta righe sei tu ma non sei tu. È il tuo ritratto allo specchio. Le storie vengono raccolte su un palcoscenico. Lavoriamo insieme per fare in modo che la comunità possa "testimoniare" dal vivo la propria biografia. Non una messa in scena, non un artificio, ma un invito a cena aprendo la porta di casa propria. Un invito che vuole dire anche mettersi a nudo, rivelarsi negli odori, nei sapori, nei quadri alle pareti, nei libri sugli scaffali, nelle imperfezioni.

Questo è il momento finale del nostro lavoro durato cinque mesi.
Quando il pubblico arriva, i concittadini che hanno fatto parte del progetto lo accoglie con un brindisi nel foyer. Poi insieme si entra. La musica dal vivo è già sul palco e senza soluzione di continuità ci si va a sedere in sala o sul palco. Il viaggiatore, Gian Luca Favetto, è lì, cerimoniere, guida, confidente. È lui che solfeggia il ritmo con cui le storie si dicono.
Come pietre miliari, come chiavi di volta, come rovine di una città remota, affiorano qua e là brandelli delle Città Invisibili, ma la città che si svela davanti a noi è la nostra città, impigliata in un anagramma, come il tessuto di un tappeto visto dal lato rovescio.

Ora, sulla grande mappa, sull’atlante del Gran Kan, si disegnano tre città: Iros che si specchia in Sori., Anen che si specchia in Enna e Nairat che si specchia in Tirana.