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GIAN LUCA FAVETTO e SERGIO MAIFREDI:
“Le città sono immaginazioni, proiezioni, disegni e sguardi che si accumulano e contraddicono. È nelle contraddizioni che le città dicono il loro presente, si concretizzano, si affermano, danno forma a quella molteplice identità che le distingue. Le città sono dialoghi continui, discussioni, monologhi che si accavallano; sono flussi di coscienza in cui acquistano funzione di parola anche l’asfalto, le finestre, il traffico, i semafori, gli alberi, le cantine.
Le città sono essere, singolare plurale. Un essere, molti essere – modi di. Non un sostantivo, che definisce, indica, cataloga, blocca; ma un verbo, che agisce, che è molti agire, un verbo che contiene una personalità comunitaria, una personalità multipla. Sono movimento, un continuo mutare e intrecciarsi di luoghi, ipotesi, pensieri, gesti, passi, cammini, un sovrapporsi di punti di vista. E i punti di vista sono corpi, sono uomini.
Non sono concezioni astratte, la città, è appurato; sono concepimenti, vite che di continuo partoriscono altre vite. Sono parti dell’uomo, oltre che porti – per l’uomo e le sue merci.

Non sono fatte soltanto di divieti, ordini, regolamenti, ragione, ma di libertà, disordine, improvvisazione, sensibilità. Non crescono con obblighi che si aggiungono a obblighi, ma con scelte libere: con il libero arbitrio, non con l’arbitrio calato dall’alto. E tutto questo perché? Perché, finalmente, le città sono gli uomini che le abitano, che le vivono, le attraversano e ci dormono e si risvegliano e le mangiano passo dopo passo.

Una città, una città che ancora sappia essere comunità, o il quartiere di una grande città che ancora riesca ad essere comunità, è fatta dalle storie, dalle biografie di chi la vive e la percorre.
Partendo dal paradigma delle Città Invisibili di Calvino, abbiamo steso davanti a noi una mappa, un atlante, andando ad abitare per un po' di tempo, da stranieri, una città. Ne ascoltiamo le storie, facendocele affidare, conquistandoci una fiducia proprio in quanto forestieri di passaggio.

In ogni città troviamo chi (un’associazione, un gruppo spontaneo di persone) ci guidi per strade e vicoli, per cuori e volti. Qualcuno di cui la città si fidi, qualcuno che ci aiuti a traghettare una storia, che ci aiuti a negoziare quel patto silenzioso che si instaura tra chi si racconta e chi ruba una voce, una parola, un'immagine per andare a creare una pagina che in quaranta-cinquanta righe restituisca una vita.
Cerchiamo i cittadini "pubblici": il farmacista, il fornaio, il prete, il sindaco, la maestra, l'ortolano, il postino...

Nell'arco di cinque mesi, Gian Luca Favetto, raccoglie venticinque, trenta storie. Le raccoglie parlando per due ore con ogni persona che voglia far parte del progetto. Ascoltando, chiedendo, tralasciando ciò che è didascalia, afferrando come preziosi i frammenti straordinari mimetizzati nella ordinarietà di ogni giorno.

Come quasi sempre accade, ma in un progetto di questo genere ancora di più, il viaggio è più importante della meta. Durante il viaggio, dentro una città che a poco a poco diventa "visibile", fotografiamo, filmiamo, scriviamo, postiamo, condividiamo in modo che la comunità comprenda di essere tale e di essere in viaggio insieme ad altre città che stanno vivendo lo stesso percorso.
Le foto sono primi piani: le rughe saranno strade, gli occhi e le orecchie saranno piazze, fontane e monumenti.
I video sono scatti apparentemente immobili ma vivi nel respiro, nel pensiero che scorre. L'audio, non doppiato dal labiale, è la storia che racconta quel volto.
In questo modo affiora ciò che la città è, ciò che vorrebbe essere e che magari sarà. Se non proprio reale, è una città vera, ma anche la città che non è più o che deve ancora essere.

Gian Luca Favetto, il viaggiatore, il forestiero, raccoglie storie, le riscrive e te le restituisce.
Quelle quaranta-cinquanta righe sei tu ma non sei tu. È il tuo ritratto allo specchio. Le storie vengono raccolte su un palcoscenico. Lavoriamo insieme per fare in modo che la comunità possa "testimoniare" dal vivo la propria biografia. Non una messa in scena, non un artificio, ma un invito a cena aprendo la porta di casa propria. Un invito che vuole dire anche mettersi a nudo, rivelarsi negli odori, nei sapori, nei quadri alle pareti, nei libri sugli scaffali, nelle imperfezioni.

Questo è il momento finale del nostro lavoro durato cinque mesi.
Quando il pubblico arriva, i concittadini che hanno fatto parte del progetto lo accoglie con un brindisi nel foyer. Poi insieme si entra. La musica dal vivo è già sul palco e senza soluzione di continuità ci si va a sedere in sala o sul palco. Il viaggiatore, Gian Luca Favetto, è lì, cerimoniere, guida, confidente. È lui che solfeggia il ritmo con cui le storie si dicono.
Come pietre miliari, come chiavi di volta, come rovine di una città remota, affiorano qua e là brandelli delle Città Invisibili, ma la città che si svela davanti a noi è la nostra città, impigliata in un anagramma, come il tessuto di un tappeto visto dal lato rovescio.

Ora, sulla grande mappa, sull’atlante del Gran Kan, si disegnano due città: Iros e Anen.
Iros che si specchia in Sori.
E Anen in Enna.”